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Essere un libero professionista significa esercitare la libera professione e, ancor prima, appartenere a un Ordine professionale.
Come abbiamo specificato nell’articolo sul ruolo dello psicologo, ci si iscrive all’albo, ovvero alla lista dei membri dell’Ordine, dopo aver superato l’esame di stato, esistono diversi ordini per diverse professioni e diversi ordini per la stessa: per lo psicologo in Italia, ad esempio, sono regionali.
Prima di tutto, essere un libero professionista significa quindi far parte di un gruppo di professionisti, rispettare le stesse regole, e anche poter essere estromessi dal suddetto gruppo.
Le regole cui mi riferisco sono dette “Codice deontologico” ed è obbligatorio il rispetto di tale Codice per poter continuare ad appartenere all’Ordine e, di conseguenza, avere la possibilità di esercitare la libera professione.
Il Codice deontologico è pubblico e si può reperire sul sito del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ( https://www.psy.it/codice-deontologico-degli-psicologi-italiani ), oltre a molti siti degli Ordini professionali.
Questo si suddivide in diverse sezioni (i capi), che regolano differenti ambiti e le quali si compongono di più articoli (le regole).
Le sezioni che aiutano il libero professionista ad orientarsi nella pratica professionale sono inerenti al rapporto con i clienti, con i colleghi, con la società e l’ultima sezione riguarda l’aggiornamento e la conservazione delle norme stesse del Codice.
Allora, in sostanza perché può essere utile al cliente sapere che lo psicologo è un libero professionista?
Perchè se un professionista appartiene a un Ordine, è tenuto a rispettare le norme del Codice deontologico, e tale procedimento è una forma di vicendevole tutela per tutte le parti in relazione: ovvero per il professionista, ma anche per i clienti, i colleghi e la società.
Mi spiego meglio, una regola del Codice deontologico, obbliga il libero professionista al segreto professionale. Tale norma tutela il cliente, in quanto lo psicologo non può riferire ad altri nulla di quanto lo riguarda. Pertanto al cliente viene assicurata la completa custodia e segretezza di informazioni apprese durante il colloquio, ma anche di qualsiasi altro dato.
Un’eccezione può essere nel caso in cui il cliente venga seguito da diversi professionisti, tenuti al segreto professionale. In tale situazione lo psicologo, con piena consapevolezza del cliente, può riferire alcuni dati, se li ritiene utili alla condivisione e al lavoro di equipe, limitandosi alle informazioni strettamente necessarie.
Tale articolo, inoltre, tutela anche il libero professionista, il quale anche se dovesse subire pressioni di qualsiasi genere, può appellarsi alla regola cui è tenuto dal suo Ordine.
Ci tengo a soffermarmi su un’altra questione che per qualcuno può non essere particolarmente chiara: il costo.
Il prezzo del libero professionista non viene circoscritto dalle norme deontologiche, quindi, anche se esiste un tariffario consigliato a livello nazionale, pubblico e reperibile online (https://www.psy.it/nomenclatore), lo psicologo che non rispetta tali suggerimenti non è passibile di richiamo da parte dell’Ordine.
Ciò non toglie che un professionista che sceglie di collocarsi oltre uno dei due estremi consigliati dal tariffario, comunque ci sta comunicando qualcosa del suo modo di lavorare, e forse ci sprona a domandarci o domandargli qualcosa in più.
In fine, ulteriori norme riguardano tematiche come la trasparenza: ovvero la necessità di esplicitare da subito il proprio modo di lavorare, come la durata, la frequenza e il costo delle sedute, alle parti coinvolte nel lavoro.
Parliamo quindi dei clienti, ma anche dei genitori, o tutori, nel caso questi siano minorenni, e ancora di committenti esterni nel caso il lavoro fosse retribuito da terze parti.
Quelli sopra citati sono solo alcuni esempi che ci mostrano come l’appartenenza del professionista psicologo all’Ordine di riferimento sia una forma di tutela per le persone coinvolte e che circoscrivono dei limiti entro i quali è possibile muoversi ma al di fuori dei quali non si deve uscire.
Quindi è importante specificare che gli esempi utilizzati finora si riferiscono solamente a due articoli tra i 42 presenti nel Codice Deontologico.
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